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Granfondo o ciclismo di serie B?

12 lug 2010

C’è qualcosa che non torna nelle Granfondo e quel che è accaduta nell’ultima edizione della Maratona delle Dolomiti forse ne è, ancora una volta, l’evidenza.

A scatenare la polemica è stato proprio il vincitore della prova, Daniele Maccanti. Nessuna irregolarità commessa in corsa per il ciclista ferrarese. Non ha certo rischiato la squalifica come il vincitore dello scorso anno colto in flagranza di reato mentre gettava una confezione vuota di integratori in mezzo alla strada (con l’organizzatore che voleva buttarlo fuori corsa solo perché ha fatto una cosa che fanno migliaia di ciclisti col numero sulle spalle). Il vincitore di quest'anno, ex corridore professionista, era risultato positivo all'Epo lo scorso 15 maggio nel corso dei campionati a cronometro UISP.

Per chi volesse saperne di più rimandiamo all’articolo scritto dall'attento Eugenio Capodacqua su Repubblica e pubblicato anche sul suo sito.

Un pessimo esempio, tanto più portato da un ex corridore professionista.
Nel pasticcio ci si infilano volentieri gli enti che riconoscendosi poco tra loro ignorano squalifiche e regolamenti gli uni degli altri col risultato che un ciclista squalificato ed evidentemente da lasciare fuori corsa viene comunque accettato e fatto partire. Alla fine una tessera ce l’ha, l’iscrizione l’ha pagata e tanto può bastare.

Per parlare di pasticcio, tuttavia, non serve neppure arrivare alla questione dei corridori professionisti alle granfondo. Il problema è più a monte. Qui non si tratta di ammettere o meno un professionista o uno squalificato, ma di interrogarsi su cosa sia realmente una granfondo e a chi sia rivolta.

Basandoci sulle categorie federali troviamo quelle agonistiche e quelle non agonistiche. Chi ha voglia di correre può farlo a partire dai sei anni, con la categoria G1 dei Giovanissimi, per proseguire tutto l’iter fino agli Under23 e poi sperare nel grande salto del professionismo. I chilometraggi di ogni prova sono commisurati allo sforzo sostenibile tenendo conto dell’età dell’atleta.

Chi è al di fuori di queste categorie può comunque soddisfare la propria voglia di agonismo tramite le categorie amatoriali (previste dalla stessa Federazione Ciclistica Italiana, ma anche da altri enti “collaterali” e riconosciuti dalla stessa FCI).
L’agonismo c’è tutto, ma si tiene conto del fatto che chi partecipa a queste gare non fa del ciclismo la sua attività principale. I chilometraggi quindi sono bilanciati: chi lavora non ha il tempo di allenarsi come un professionista. Sarebbe una contraddizione.

Infine ci sono le categorie cicloturistiche. Qui l’agonismo non c’è. Si pedala per piacere e per stare insieme e le distanze possono aumentare anche parecchio. Premi e riconoscimenti ci sono, ma si pensa alla squadra più numerosa, a quello che viene da più lontano, a chi ha avuto più sfortuna, al più giovane e al più vecchio e così via.
Ci sono i brevetti, con un tempo massimo da rispettare per poterli ottenere.
Del settore cicloturistico, una volta, facevano parte anche le granfondo. Prove anche superiori ai 200 chilometri ma, giustamente, bandite dall’agonismo proprio perché rivolte a chi non va in bici per professione. 

Invece le cose sono cambiate, piano piano. La tentazione di mettere il numero sulla schiena (o sulla bici) anche nelle granfondo ha trasformato queste prove in vere e proprie gare, con ordine di arrivo e preparazioni specifiche che si sono allontanate sempre più da un’attività normalmente sostenibile da un comune ciclista “per passione” e non per professione.

L’esaltazione data da diversi giornali di settore ha fatto nascere questa “serie B” del ciclismo nella quale sono andati a parcheggiarsi atleti che da professionisti non hanno sfondato (o sono stati cacciati via con disonore), ma da granfondisti vanno fortissimo ottenendo copertine sui giornali e pubblicità. Di conseguenza arrivano anche i soldi.

Non si può farne una colpa ai corridori. Chi è abituato a vivere pedalando in bici va dove conviene di più. Probabilmente anche la Federazione ha seguito lo stesso vento poiché le granfondo muovono tantissime persone, non solo ciclisti. Per alcune zone sono una vera e propria manna a livello turistico. E certamente ben venga questo.

Tutti contenti allora? Forse no se poi ci si trova a presentare in diretta RAI (la Maratona delle Dolomiti gode di una visibilità non indifferente sulla tv di stato) qualcuno che non è un grande esempio di sportività.

Ma soprattutto, non c’è il rischio di spostare l’interesse agonistico verso qualcosa di fuorviante? Chi ha gambe per andare forte vada dove può esprimere il meglio di sé e magari ottenere risultati importanti. Sfidarsi ogni domenica su distanze di oltre 150 chilometri è roba da professionisti. Perché continuare a chiamarli cicloamatori?

È vero che la maggior parte dei veri cicloamatori se ne infischia e, nel suo piccolo (inteso come tempo per allenarsi) continua a sfidarsi cercando di migliorare con sé stessi, ma forse la Federazione dovrebbe accorgersi che qualcosa non funziona. E il ciclismo, tanto per cambiare, non ci fa una bella figura.

Guido P. Rubino



totale 2 commenti:

concordo di: Maurizio

Ho partecipato alla Novecolli e sono rimasto impressionato da due cose, primo la grande organizzazzione con strade chiuse ecc., secondo l'assurda( per me amatore ) competizione fra i corridori, in salita ti buttano giù pur di passare per fare il tempo, mi sorpassavano sul ciglio da destra rischiando cadute rovinose come purtroppo ne ho viste. Secondo me le granfondo no dovrebbero avere classifiche individuali ne numeri.

di: Domenico

Tutto verissimo ! Forse, sarebbe il caso di inserire anche nelle Gran Fondo, cicloturistiche o agonistiche che siano, una doppia lista, la prima per i pedalatori della domenica e la seconda riservata agli ex-professionisti. Troppo comodo vincere per chi un anno prima correva da pro; per farsene un'idea basta ascoltare i commenti sarcastici su queste "vittorie" che fanno sotto il palchetto della premiazione i "ciclisti della domenica" ridotti a semplici spetatori durante la gara.