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Da Parigi a Modena in bici e Maserati. Per una buona causa

15 ago 2014

I sogni a volte si avverano. E se si tratta di un sogno con la S maiuscola, la soddisfazione è ancora maggiore. Un’idea nata quasi per gioco, parlando con gli amici di sempre. Quelli con i quali hai condiviso il banco di scuola per anni, quelli che a distanza di anni ti sono ancora vicini nonostante la vita che va avanti e con i quali basta uno sguardo, una battuta per riassaporare la goliardia di un tempo.

Il sogno in questione è quello di Guido Giovannelli, direttore generale di Maserati West Europe, che si è fatto promotore dell’organizzazione della prima edizione della Parigi-Modena. Partenza il 28 luglio nella cornice magica dei Campi Elisi all’indomani della storica affermazione di Vincenzo Nibali al Tour de France ed arrivo il 31 luglio nel quartier generale emiliano di Maserati, dopo ben 1,100 chilometri da percorrere in soli quattro giorni, alternando frazioni in bicicletta a trasferimenti a bordo di fiammanti Quattroporte messe a disposizione dalla casa del tridente.

Abbiamo avuto il privilegio di poter partecipare in prima persona a questa avventura e contribuire direttamente alla causa benefica di questa iniziativa, volta a raccogliere fondi per l’associazione francese Réves (dal francese, “sogni”) che si occupa appunto di realizzare i sogni di bambini gravemente malati. Come lo stesso Giovannelli ha sottolineato più volte, “l’idea della Parigi Modena è nata proprio dalla voglia di aiutare l’associazione Réves a realizzare i sogni di bambini ai quali la vita non ha consentito di sognare come ogni bambino avrebbe diritto di fare”. E lo stesso spirito altruistico ha fatto sì che la sfida lanciata da Giovannelli sia stata raccolta con entusiasmo non solo da appassionati della bicicletta ma anche da campioni del passato quali Davide Cassani, Mario Cipollini e Stephen Roche.

Un gruppo eterogeneo composto da “top client” Maserati come ad esempio Bruno, il più “senior” del gruppo, un gentiluomo francese d’altri tempi che ha pedalato con tenacia sulla sua bicicletta, rigorosamente italiana, nonostante le difficoltà atmosferiche e altimetriche della terza tappa con la scalata al Col des Aravis, un passo nelle Alpi francesi che collega le cittadine di La Clusaz e La Giettaz in Alta Savoia. Con i suoi 1486 metri di altitudine, questo passo è stato scalato trentanove volte durante il tour de France ed ha visto transitare per primi in vetta sia Gino Bartali nel 1937 e nel 1948, sia Marco Pantani nel 2000. E dal 2014 anche gli avventurosi partecipanti alla Parigi Modena!

Parte del gruppo è stata anche Emanuela, romana “trapiantata” a Bruxelles dove lavora per una multinazionale del settore automotive. Emanuela si è avvicinata alla bicicletta a causa - oggi possiamo dire “grazie”, in quanto la sua è una storia a lieto fine - di una malattia rara, la sindrome di Guillain-Barrè, che si manifesta con una progressiva paralisi degli arti inferiori e superiori a causa della perdita di mielina, la sostanza che costituisce lo strato lipidico che protegge i nervi.

Per chi è affetto da questa sindrome, sforzi e movimenti sono da evitare in quanto potrebbero causare la rottura del nervo. Dal 2007, quando le fu diagnosticata la malattia, la sfida più impegnativa per Emanuela è stata quella di riacquistare l’equilibrio nel camminare, avendo perso completamente la sensibilità agli arti. Nel 2010 la svolta, quando va a vedere il padre prendere parte alla Maratona delle Dolomiti. Insieme al marito Massimo, anche lui uno dei partecipanti alla Parigi-Modena, decidono di fare una passeggiata -  si fa per dire - in bicicletta e finiscono per scalare il Campolongo ed il Falzarego. “Si può fare!”, disse Emanuela. Finalmente aveva trovato una disciplina che le consentiva di porsi degli obiettivi, potendo sfidare se stessa e la malattia. Anche perché quando si è in bici, si guarda sempre avanti ed in alto.

Con la propria forza volontà ma anche grazie all’aiuto e alla solidarietà di chi pedala al tuo fianco. Eh sì perché quando si esce in bici la compagnia e lo spirito goliardico sono importanti, anche per vincere la noia di una lunga uscita sotto l’acqua, come durante gli oltre 100 chilometri della seconda tappa tra la Borgogna ed il lago di Annecy, per tenere alto il morale della truppa. Ed in questo “a tirare il gruppo” sono stati i gemelli Luca e Maurizio, in arte “Cip e Ciop”, nella vita di tutti i giorni geologo uno e certificatore di qualità l’altro, due ragazzoni di quasi un metro e novanta appassionati del pedale e con la loro ironia tutta “made in Lucca”. Hanno dispensato pillole di ilarità, suscitando fragorose risate sia durante le uscite con battute al vetriolo che la sera con barzellette ad esempio apostrofando bonariamente Cipollini intento a fare il passo in testa al gruppo durante un tratto in pianura con un “Oh Mario, a trentasette e l’è già febbre!”, come a dire che i trentasette all’ora imposti con regolarità dal Re Leone iniziavano a farsi sentire sulle gambe.

Oppure, vista la stazza non propriamente da pesi piuma, proponendosi al CT della nazionale Davide Cassani per una convocazione per la categoria oltre i 100 kg. Con Cassani, poi, disponibile come al solito ed in grande forma sulla bici, non sono mancate le domande e gli scambi d’opinione sul prossimo mondiale di di Ponferrada che lo vedrà per la prima volta al timone della nazionale azzurra. Nibali, il nome più gettonato, come era normale che fosse dopo il trionfo al Tour.

Piacevole è stato anche pedalare fianco a fianco con Stephen Roche, e ricordare le sue imprese nell’anno magico del 1987, allorché vinse in un colpo solo Giro, Tour e Mondiale, quasi in un’apnea lunga 3 mesi. Per chi come noi nel 1987 ci avvicinavamo al ciclismo, trovarsi di fianco uno degli idoli visti solamente in TV, ha rappresentato un momento particolare.

Oggi Roche, che a dispetto degli anni che passano, pedala ancora forte, vive in Francia, ad Antibes, e oltre al ruolo di testimonial per varie aziende che ruotano attorno al mondo del ciclismo, organizza vacanze ciclistiche e training camp nell’isola di Maiorca.

Mario Cipollini, oltre che in grande forma fisica - in salita pedala (e forte!) con una gamba sola, la sinistra, per potenziare la muscolatura in maniera specifica, ha tenuto banco dispensando pillole di “esperienza ciclistica” la sera a cena, toccando argomenti quali la preparazione ed alimentazione ma anche tecniche di guida in gruppo, senza mai far mancare aneddoti degli anni delle corse e barzellette, suscitando da buon capobanda sempre risate fragorose fra i commensali.

Un bel gruppo quello dei partecipanti alla Parigi-Modena, ciascuno animato dalle proprie intenzioni ma con un obiettivo comune. Aiutare chi fa del bene agli altri grazie ai chilometri trascorsi in sella alla propria bicicletta. E questo, tra tutti, è il ricordo più bello di questa avventura destinata a rimanere un evento unico ed irripetibile nel panorama delle manifestazioni ciclistiche. Sempre che sull’onda dell’entusiasmo che ha coinvolto organizzatori e partecipanti, non si decida di renderla una manifestazione in pianta stabile, come si è sentito ipotizzare l’ultima sera a cena sulle colline modenesi, complici la brezza estiva e qualche bicchiere di Lambrusco. Staremo a vedere. Noi, comunque andrà, alla prima (e forse ultima) Parigi-Modena c’eravamo!

Alberto Sarrantonio
(le foto sono per  gentile concessione di Maserati West Europe)

Si ringrazia Kuota Cyle SRL per averci supportato in questa iniziativa